Sinfonica

Antonii Baryshevski – Bologna Conoscere la musica 20 Ottobre 2022


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MATISSE
Avevamo già avuto modo ..
..di recensire il pianista Ucraino e il concerto odierno non ha fatto che consolidare – parzialmente – l’opinione positiva allora formulata. Purtroppo bisogna sottolineare ancora una volta il provincialismo del pubblico bolognese. Per il concerto di un grande pianista la platea era mezza vuota e la galleria totalmente vuota. Una parte della colpa è anche l’assolutamente insufficiente battage pubblicitario ma si viene ai concerti solo se il nome è noto, magari per urlare “bravo” quasi si fosse degli esperti o per ripetere ossessivamente che Baryshevski è un virtuoso (mia esperienza personale), un aggettivo che è agli antipodi del suo pianismo. Ho usato l’avverbio “parzialmente” perché mi è parso di assistere a una involuzione stilistica che va a detrimento del valore complessivo dell’artista, con una concessione eccessiva a una interpretazione “slava” ovvero nella quale vengono accentuati – con l’uso di licenze ritmiche e sonore – i contenuti dei brani eseguiti, spesso esulando dall’alveo dello stile. Ne fanno fede la toccata di Bach e le tre sonate scarlattiane (due delle quali invero poco eseguite – ma questo va a merito dell’esecutore). Molto pedale, grandi escursioni sonore che poco hanno a che fare con l’origine clavicembalistica dei brani. Poi come sempre si può aprire un dibattito fra i “rigoristi” e i “modernisti” (esecuzioni filologiche e non) ma il parere di chi scrive è che senza volere a tutti i costi imitare il clavicembalo non è giusto ignorare l’origine della musica eseguita catapultandola in un ambiente “romantico”. Questo stravolgimento stilistico era tipico della prima metà del secolo scorso ma si è venuta via via giustamente attenuando proprio per la consapevolezza che la bellezza dei brani eseguiti era intrinseca e non frutto di esasperate fluttuazioni ritmiche e sonore.  Passando poi all’esecuzione della sonata op.57 di Beethoven non si può che apprezzarne l’esecuzione, anche per alcuni aspetti tecnici eseguiti in modo perfetto (mi riferisco, ad esempio, alla sequenza di accordi finali che precedono la riesposizione accelerata del tema dell’ultimo tempo). In questo breve passaggio si potrebbe parlare a ragione di “virtuosismo”, ma non siamo in presenza di uno sfoggio tecnico fine a sé stesso bensì a una esecuzione assolutamente in linea con il significato musicale del finale della “appassionata” (nome appiccicato dall’editore ma che nel tempo è rimasto). L’intera esecuzione è stata di alto livello con una interpretazione che ha evitato gli eccessi cui siamo spesso abituati, rendendone appieno il significato musicale. Il tributo alla musica ucraina (del compositore Shalygin) per carità di patria andrebbe passato sotto silenzio per la ripetitività ossessiva e noiosa del modulo ritmico che trova la sua origine nell’incipit del preludio di Debussy “Des pas sur la neige” . Ma qui siamo anni luce dal modello e nonostante il lodevole sforzo dell’esecutore il brano merita di finire rapidamente nel dimenticatoio della storia musicale. Il programma ufficiale del concerto è terminato con l’esecuzione degli studi sinfonici di Schumann. Anche qui il dibattito è aperto. Cinque delle variazioni eseguite furono espunte da Schumann nella versione pubblicata del brano e a mia opinione a ragione. E’invalsa da una trentina d’anni l’abitudine di reintrodurle con infiniti dibattiti sul loro posizionamento che proprio per la loro natura rompe il percorso musicale previsto dal compositore tedesco. E, peraltro, non si può neppure affermare che siano fra le vette compositive schumanniane. Ma tant’è: sembra che un esecutore che non le esegue non sia à la page. In totale, comunque, un’esecuzione di alto livello anche se alcuni elementi non siano del tutto encomiabili e/o comprensibili. Ad esempio perché l’accordo di iniziale del tema (l’accordo di do# minore) è stato eseguito staccato? Una piccola falla dell’esecutore?  E perché alcuni eccessi sonori nell’ultima variazione? Ma qui siamo nel campo della sensibilità dell’artista e sempre nell’alveo dello stile che invece è stato violato nei brani iniziali del concerto.  Il concerto è terminato con tre bis, due di compositore a me ignoto (ucraino?) e lo studio n.12 dell’op. 10 di Chopin. Successo di pubblico in parte in piedi forse anche per un tributo alla nazione ucraina martoriata da una ignobile invasione.
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Happy
Happy
Programma
J.S.Bach Toccata BWV 914
D.Scrlatti 3 sonate
L.V.Beethoven Sonata op. 57
M.Shalygin Angel
R.Schumann Studi sinfonici op.13
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We had already had the opportunity to review the Ukrainian pianist and today’s concert has partially consolidated the positive opinion then formulated. Unfortunately, we must emphasize once again the  provincialism of the Bolognese public. For the concert of a great pianist the audience was more than half empty. Part of the fault is also due to the absolutely insufficient concert’s advertising but many come to concerts only if the name is known, perhaps to shout “bravo” as if they were experts or to repeat obsessively that Baryshevski is a “virtuoso” (my personal experience), an adjective that is at the antipodes of his pianism. I used the adverb “partially” because it seemed to me to experience a stylistic involution that is detrimental to the overall value of the artist, with an excessive concession to a “slavic” interpretation where the contents of the pieces performed are accentuated with the use of rhythmic and sound licenses, often outside the scope of style. This is proven by Bach’s toccata and the three Scarlatti’s sonatas (two of which are indeed little performed – but this is to the credit of the performer). A lot of pedal, great sound excursions that have little to do with the harpsichord origin of the pieces. Then, as always, a debate can be opened between the “rigorists” and the “modernists” (philological against non-philological performances) but in my opinion without pretending at any cost to imitate the harpsichord it is not correct to ignore the origin of the performed music catapulting it into a “romantic” environment. This stylistic upheaval was typical of the first half of the last century but it has been gradually attenuated because of the awareness that the beauty of the performed pieces was intrinsic and not the result of exasperated rhythmic and sound fluctuations.  Moving on to the execution of Beethoven’s sonata op.57, one can only appreciate its execution, also for some technical aspects, perfectly performed (I refer, for example, to the sequence of final chords that precede the accelerated “ripresa“of the theme of the last mouvement). In this short passage one could rightly speak of “virtuosity”, but we are not in presence of a technical performance for its own sake but instead a performance absolutely in line with the musical meaning of the finale of the “appassionata” (name given by the publisher but which over time has remained). The whole performance was of a high standard with an interpretation that avoided the excesses we are often used to, fully rendering its musical meaning. The tribute to Ukrainian music (the composer Shalygin) should be passed over in silence, if one wants to be forgiveful, becasue of the obsessive and boring repetitiveness of the rhythmic module that finds its origin in the incipit of Debussy’s prelude “Des pas sur la neige“. But here we are light years from the model and despite the commendable effort of the performer the piece deserves to quickly end up into the oblivion of the musical history. The official program of the concert ended up with the performance of Schumann’s symphonic studies. Here, too, the debate is open. Five of the performed variations were expelled by Schumann in the published version of the piece and in my opinion rightly so. It has been the habit of reintroducing them (with endless debates for more than fifty years on their positioning) that by their nature break the musical development envisaged by the German composer. And, moreover, it cannot even be stated that they are among the Schumannian compositional peaks. But that’s it: it seems that a performer who does not perform them is not à la page. In total, however, a high-level execution even if some elements are not entirely commendable and / or understandable. For example, why was the theme’s initial chord (the C# minor) executed staccato? A small flaw of the performer?  And why some sound excesses in the last variation? But here we are in the field of the artist’s sensibility and always within the style that was on the contrary violated in the opening pieces of the concert.  The concert ended with three encores, two by a composer unknown to me (Ukrainian?) and the study n.12 of op. 10 by Chopin. Success of public partly standing perhaps also for a tribute to the Ukrainian nation battered by an ignoble invasion.
 
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