Sinfonica

Sheku e Isata Kanneh-Mason,- Bologna Musica Insieme 16 Maggio 2022


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MATISSE
Come sempre accade ..
… con i giovani interpreti un programma corposo che ha coperto  larga parte del periodo compositivo del violoncello, strumento con una letteratura piuttosto ridotta (se confrontata con quello del suo fratello minore, il violino). Due giovani fratelli di origine inglese che, a differenza della posizione ormai classica del violoncello alle spalle del pianista, hanno scelto invece una posizione che era in voga fino ad alcuni decenni fa, ovvero con il violoncello  nell’ansa del pianoforte, posizione che permette una più facile interazione visiva fra violoncellista e pianista. Il concerto ha avuto due facce. La sonata di Beethoven (l’op 102-1 una delle ultime due sonate per violoncello del compositore di Bonn, quella meno praticata, espressione del cosiddetto “terzo periodo” beethoveniano e che si colloca musicalmente fra le due sonate per pianoforte op.101 e 106) non è stata certamente una grande esecuzione. Prima di tutto il suono del violoncello è apparso opaco e flebile, sovrastato da quello del piano, ma soprattutto è mancato lo stile, l’anima della composizione,  come se la poetica beethoveniana non fosse nella sensibilità degli esecutori. Si è avuto invece un riscatto nella bellissima sonata di Šostakovič nella quale i due esecutori sembravano avere ritrovato l’armonia esecutiva necessaria a un duo e discorso analogo vale per Bridge e Britten. Tecnicamente il violoncello è apparso all’altezza delle difficoltà richieste dalle partiture mostrando un bel vibrato e una intonazione quasi sempre perfetta. Ma il plauso maggiore va alla sorella pianista, sempre perfetta nella sua esecuzione, dotata di tecnica impeccabile ma soprattutto dotata di sensibilità musicale di grande qualità (escludendo Beethoven) e che in molte parti ha sostenuto la qualità del duo. Un concerto piuttosto lungo rispetto agli standard ormai consueti e che ha ottenuto il plauso dell’uditorio. Un bis di natura incerta (quanto allo stile) e a me ignoto. Purtroppo anche in questo caso è mancato il dovuto galateo di annunciare il brano eseguito come bis.
 
HappySadHappy
Programma
Ludwig van Beethoven                        Sonata n. 4 in do maggiore op. 102 n. 1
Dmitrij Dmitrievič Šostakovič            Sonata in re minore op. 40
Frank Bridge                                        Sonata in re minore H. 125
Benjamin Britten                               Sonata op. 65
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As always happens with the young performers a full-bodied program that covered a large part of the compositional period of the cello, an instrument with a rather reduced literature (if compared with that of its younger brother, the violin). Two young brothers of English origin who, unlike the now classical position of the cello behind the pianist, have instead chosen a position that was in vogue until a few decades ago, namely with the cello in the aisle of the piano, a position that allows an easier visual interaction between cellist and pianist. The concert had two faces. Beethoven’s sonata (Op 102-1 one of the last two cello sonatas of the Bonn’s composer, the least executed, expression of Beethoven’s so-called “third period” and which is placed musically between the two piano sonatas op.101 and 106) was certainly not a great performance. First of all the sound of the cello appeared opaque and feeble, dominated by that of the piano, but above all the style, the soul of the composition was missing, as if Beethoven’s poetics were not in the sensibility of the performers. Instead, there was a change in Shostakovich’s beautiful sonata in which the two performers seemed to have found the executive harmony necessary for a duo and the same holds for Bridge and Britten. Technically the cello appeared up to the difficulties required by the scores showing a beautiful vibrato and an almost always perfect tuning. But the greatest applause goes to the pianist sister, always perfect in her performance, endowed with impeccable technique but above all sporting musical sensitivity of great quality (excluding Beethoven) and who in many parts supported the quality of the duo. A rather long concert compared to the standards now customary and that has obtained the applause of the audience. An encore of an uncertain nature (as for sthe tyle) and unknown to me. Unfortunately, in this case too, the due etiquette to announce the piece performed as an encore was missing.
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