Sinfonica

Jae Hong Park – Musica insieme ateneo 8 Aprile 2022


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MATISSE
Reduce  ..
… dalla vittoria nel Busoni del 2021 (qui  il terzo concerto di Rachmaninov eseguito nella finale) si presenta il ventiduenne coreano Jae Hong Park . (Forse a questo punto è opportuna una triste considerazione. I due recenti vincitori dello Chopin 2015 e Busoni 2021 sono entrambi legati alla scuola dell’estremo oriente). La preminenza di questi giovani intepreti del sud-est asiatico è il frutto di un capillare investimento della Corea (e ugualmente della Cina) in campo musicale dove la musica è materia di insegnamento con la stessa dignità dell’italiano nelle nostre scuole. Va da sé che con una fucina di quella dimensione non possono non emergere i talenti. Qui, in Italia, per suonare uno strumento, bisogna iscriversi a una scuola specifica con tutti i limiti del caso. Perchè la musica “eseguita” (in Italia!) non sia materia con la stessa dignità di matematica, italiano etc. è per me un mistero che trova la sua ragione – molto semplicemente – nell’ignoranza e nell’assenza di sensibilità dei politici che si occupano di scuola.  Non che manchino strumentisti di valore nel nostro paese ma le vette concorsuali – con tutte le conseguenze –  non sono loro appannaggio. Discorso vecchio e argomento mai risolto se si pensa che l’unica riforma in materia è stata quella dei conservatori che purtroppo – pur nei lodevoli sforzi -hanno cercato invano di equipararsi alle università dimenticando però che una parte importante delle attività universitarie è dedicata alla ricerca che nei conservatori è ovviamente assente. Tornando al nostro si può affermare che ha pregi e difetti. Due sono i suoi limiti: un eccessiva variabilità ritmica all’interno dello stesso brano e una impostazione spesso troppo granitica. A titolo di esempio si può citare il primo brano eseguito: l’Arabesque di Schumann. Il brano è soffuso da una certa aura sognante che un attacco massiccio fa perdere. E la cosa vale per tutto il brano. Identica valutazione per la sonata op. 11 del compositore di Zwickau. Nessun dubbio che vada sottolineato l’attacco energico del primo tempo ma non è accettabile che il contrasto ritmico porti a considerare due brani distinti: vi è una consequenzialità nello sviluppo che un approccio troppo libero viene a perdersi. Una valutazione identica per gli altri tre movimenti. Il concerto è terminato con un brano recentemente uscito dal normale repertorio pianistico.  Un brano che riflette la sensibilità organistica di Franck e riflette, nell’ambito della seconda metà del XIX secolo, la forma classica che risale a J.S. Bach. Nel brano va sottolineato il forte cromatismo (soprattutto nella fuga) e una forma che nel finale della fuga  riprende gli stilemi del preludio in una fusione di grande impatto armonico. Anche in questo caso gli eccessi sonori sono il limite interpretativo di Park così come la ricerca di effetti accelerativi che la grandiosità del brano suggerirebbe di evitare.  Park è un giovane interprete che nello spirito delle competizioni attribuisce alla esuberanza tecnica la base del successo. Si può sperare in una maturazione dal momento che non gli mancano di certo gli strumenti tecnici, come comprovato dal terzo bis di Rachmaninov. Ma per il momento è solo una speranza.
PS Bisognerebbe che qualcuno gli suggerisse di evitare le boccacce durante l’esecuzione…..
SadHappySad
Programma
R. Schumann Arabeske in do maggiore, Op. 18, Sonata n. 1, Op. 11
C. Franck Prélude, Choral et Fugue, FWV 21
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After winning the 2021 Busoni competition  the Korean Jae Hong Park has played in Bologna. (Perhaps at this point it would be appropriate a sad consideration. The two recent winners of the Chopin 2015 and Busoni 2021 are linked to the school of the Far East). The advantage of these young interpreters of Southeast Asia is the result of a widespread investment by Korea (and also by China) in the musical field where music is a school subject with the same dignity as Italian in our schools. It goes without saying that with a forge of that size talents cannot fail to emerge. Here, in Italy, to play an instrument, a youngster must enroll in a specific school with all the limits of the case. Why music (in Italy!) is not a subject with the same dignity as mathematics, Italian etc. is for me a mystery that finds its reason – very simply – in the ignorance and lack of sensibility of politicians who deal with school.  Not that there is a lack of valuable interpreters in our country but the competitive peaks – with all the consequences – are not their prerogative. Old topic never solved if you think that the only reform in this field was that of the conservatoriums which unfortunately – despite their praiseworthy efforts – have tried in vain to equate themselves with the universities forgetting however that an important part of university activities is dedicated to the research that in the conservatoriums is obviously missing. Back to Park, it can be said that he has advantages and weaknesses. There are two limits: an excessive rhythmic variability within the same piece and an interprettion that is often too granite. As an example, we can cite the first piece performed: Schumann’s Arabesque. The song is chracterized  by a dreamy aura that a massive attack makes people lose and this limit is found throughout the piece.  Identical evaluation for the sonata op. 11 by the composer of Zwickau. There is no doubt that in the first mouvement given an initial energetic approach the lyrical moments must be emphasized but it is not acceptable that the contrast of the rythms makes think of different pieces: there is a logical consequentiality in the development that a too free approach makes people lose.  A completely similar statement for the other three mouvements. The concert ended with a piece recently often missing in the usual repertoire of pianists. A piece that is strongly marked by Franck’s organ sensibility and reflects, in a vision of the second half of the nineteenth century, the classical form that dates back to J.S. Bach. It must be underlined the strong chromatisms and a form in which the final fugue takes up the stylistic features of the prelude in a fusion of great impact. Also in this case the sound excesses are the interpretative limits of Park as well as often the search for the effect through accelerations that the grandeur of the piece would suggest to avoid. This is obviously a young man who, in the spirit of the competitions, mistakenly attributes the basis of possible success to interpretative exuberance. One can only hope for a maturation since he certainly does not lack the technical skills, as proven by the last of the three encores by Rachmaninov. But for the moment it is only a hope not a certainty.
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